Sandra Bertelle
PARTE SECONDA
Il viaggio in Borgogna prosegue verso Sud: alla scoperta della Côte de Beaune. Un’area caratterizzata da struttura geografica molto più irregolare rispetto alla sorella Côte de Nuits; ha una storia geologica assai complessa e suoli compositi. Anche il nostro percorso di degustazione è fuori dagli schemi: seguiamo la direttrice Nord-Sud, ma alla fine torniamo all’estremo Nord, alla straordinaria collina di Corton. Soprattutto, azzardiamo un’inusuale alternanza di vini rossi e bianchi: una chiave di lettura sorprendente.
.Il vigneto della Côte de Beaune guarda a Sud-Est, si nutre di luce. Ne nascono rossi profondi, massicci, carnosi e ricchi. E bianchi tra i più grandi al mondo.
.L’itinerario che la attraversa ha il dolce suono di una poesia: Savigny-Les-Beaune, Beaune, Pommard, Volnay, Monthélie, Auxey-Duresses, Saint-Romain, Mersault, Saint-Aubin, Santenay, Maranges, Pouligny-Montachet, Chassagne-Montrachet. Incontriamo minuscoli villaggi che, senza esagerare, definiamo semi-disabitati, e città d’arte, come la deliziosa Beaune. Castelli e chiese; opere d’arte che esprimono sentimenti mistici e nel contempo celebrano la gaieté, la leggerezza e la gioia di vivere che il buon vino sa donare. Clos e vecchi cimiteri; boschi e vigneti; dolci colline, ottimisticamente chiamate montagne, e combes, le vallate che convogliano benefici venti.
Numerose sono le denominazioni collocate sul gradino più alto della piramide di classificazione. I Grand Cru: i vini che interpretano il terroir, che sono il terroir. Incommensurabili le migliori annate di Corton-Charlemagne (un privilegio avere a disposizione la 2019); considerati bianchi-archetipo a Pouligny-Montrachet; e gli autocelebrativi “meilleurs vins blanc du monde” di Chassagne-Montrachet (possono permettersi il peccato di immodestia).
Tra i Premier Cru, troviamo splendide espressioni, in bianco e in rosso, a Savigny, Beaune, Pommard, Volnay, Monthélie, Saint-Aubin, Mersault. Sono spesso in grado di sostenere la comparazione con i cugini più blasonati (e costosi).
I vini rientranti nella classificazione Village hanno il pregio di saper interpretare identità locali; esprimono le tradizioni e racchiudono le complessità geologiche e geografiche. Ottimi gli esempi in degustazione.
Indipendentemente dalla classificazione, sono tutti vini frutto di tradizione, storia e geografia, ma anche frutto dell’intraprendenza e dell’audacia dei vignaioli di Borgogna. Fu un vignaiolo di Volnay a decidere per primo, nel 1906, di imbottigliare le proprie uve invece di continuare a venderle ai manipulant. A Saint-Aubin l’INAO (Institut National des Appellations d’Origine) ha concesso la costituzione, su terreno Premier Cru, di un impianto sperimentale secondo l’uso antico: vigne en fou, e non in filare, ad altissima densità. Se ne produce un vino, ahimè, introvabile. A Mersault, e non solo, la tradizione rossista cede il passo ai grandi vini bianchi di Borgogna.
Da tutto ciò la grandezza della Borgogna enologica. Perché il vino è come un buon libro: consente diversi livelli di lettura. Ci si può soffermare sulla gradevolezza della trama, se ne può analizzare la costruzione, lo si può approfondire cercando le relazioni con il contesto storico in cui è stato scritto o in cui è ambientato. Qualche libro si legge tutto d’un fiato, altri si sfogliano, se ne estrapolano brani, si torna sui passaggi che non abbiamo ben colto. Alcuni libri si riaprono a distanza di anni, con rinnovata emozione. Anche il buon vino ci parla e narra storie, di persone e di luoghi.
Ecco i vini nell’ordine di mescita: